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AGOSTO 1967

Evocando questa data a mia mamma e a mia sorella, nei loro occhi si legge angoscia e terrore. È stata la prima volta che io e loro due siamo andati in vacanza assieme (a pensarci bene la prima e unica).
Gli zii Oliviero e Sesto erano venuti a conoscenza, da parte di amici, che a Maderno (bellissima località sul lago di Garda), c’era un palazzone di proprietà di una Signora, che affittava camere a prezzi eccezionali; così all’inizio di agosto 1967 partirono con le loro rispettive famiglie; arrivati sul posto la proprietaria li informò che c’era ancora un appartamento libero perché una famiglia tedesca aveva rinunciato per motivi famigliari.
Mio zio Oliviero telefonò al centralino del nostro paese (noi all’epoca non avevamo ancora il telefono), e il Signor Giuseppe (titolare del Caffè del Ghiaccio), corse ad avvisare mio papà il quale disse: <io non posso stare via tre settimane, ho gli animali da accudire>, ma mio nonno Oddone insistette perché portasse almeno la moglie e i due figli (io di 4 anni e mia sorella di 8), “sono talmente magri, magari cambiando aria si tirano un po’ su” e quando aggiunse che avrebbe pagato lui tutte le spese, mio papà accettò.
Partimmo così con la nostra 500 nuova di zecca, alla volta di Maderno. Per me era la prima volta che mettevo il naso fuori dalla nostra cascina e questo ha sicuramente influito moltissimo sul mio comportamento durante la vacanza. Per tutto il viaggio cantammo le solite canzoni popolari (mio papà era particolarmente intonato); arrivammo così a destinazione piacevolmente; il palazzo mi sembrava gigantesco, aveva davanti un bel giardino con degli alberi molto alti, era di tre piani, al pian terreno erano sistemati i miei zii Sesto e Oliviero, al primo piano ci sistemammo noi (a destra), sulla sinistra c’era una coppia di stranieri piuttosto matura, mentre tutto il secondo piano era della proprietaria. I nostri zii ci accolsero e ci presentarono alla padrona di casa, era bellissima, bionda con gli occhi azzurrissimi, la donna più bella che avessi mai visto dopo la mia mamma, ci fece sistemare nel nostro appartamento, mio papà riempì il frigo con i prodotti della nostra cascina (salame, uova, verdura ecc. ecc.). Si fermò a mangiare con noi e poi partì subito per ritornare al nostro cascinale, mi disse: <mi raccomando Giordano, fa il bravo, ascolta la mamma e tua sorella Irene>. Raccomandazioni, come vedremo in seguito, decisamente non ascoltate. Cominciai a girare per l’appartamento, quando vidi il bagno rimasi estasiato; ero partito da una cascina dove non era ancora arrivata l’energia elettrica e per fare i bisogni andavamo nel cesso costruito sull’angolo della concimaia, ci pulivamo con i quotidiani che mio zio Oliviero (bancario), ci forniva mensilmente; invece in quella stanza c’era tutto: water, bidet, lavandino, vasca e carta igienica; presi la carta e cominciai a girare per tutto l’appartamento… – smettila Giordano, fai giù tutto il rotolo, disse mia mamma, poi la riavvolse e la portò in bagno, non bisognava sprecarla.
Il nostro primo pomeriggio lo dedicammo all’acquisto dei costumi da bagno; entrammo in un negozio di abbigliamento, rimasi molto colpito dalla commessa, aveva una scollatura ed un’abbondanza di “polmoni” notevole, mi venne spontaneo di dirle: <hai le tette come la Gina> (era la migliore vacca di mio papà), <cosa ha detto il bambino?>, mia mamma era diventata rossa bordeaux, <Signora non ci faccia caso, è un discolo, noi siamo venuti per comprare i costumi da bagno>, in un attimo ero già nudo così mi servirono per primo, poi toccò a mia sorella e a mia mamma, ma il loro costume era fatto di due pezzi, il mio solo di uno, così cominciai ad urlare perché anch’io lo volevo doppio, per fortuna un Signore mi disse: <guarda, anche il mio costume ha solo le braghette, quello degli uomini è fatto così!>. Usciti dal negozio ci fermammo a prendere un gelato, una passeggiata sul lungolago e poi all’appartamento per la cena. Avevamo appena finito di mangiare che la padrona di casa scese da noi e ci invitò su da lei per un caffè; aveva un bambino della mia stessa età che sembrava una sua fotografia: biondo con gli stessi occhi; “Io mi chiamo Luca e tu?”, “Giordano”, “vuoi giocare con me?” Non me lo feci dire due volte; non avevo mai visto tanti giocattoli in vita mia, una stanza piena tutta per lui. La Signora (proprietaria del palazzone), si chiamava Sofia, aveva 32 anni, disse a mia mamma che era la prima volta che faceva salire qualcuno a casa sua dopo la scomparsa di suo marito, (mia mamma non ebbe mai il coraggio di chiederle in quali circostanze), aveva proprio bisogno di parlare, di sfogarsi e mia mamma le ispirava fiducia, – Signora Anna sa che lei ha il viso di una Madonna? – Le disse; probabilmente aveva ragione, per sopportare me doveva esserlo. Il gigantesco appartamento della Signora Sofia era meraviglioso, mia mamma rimase estasiata soprattutto da una grande vetrinetta di fine settecento al cui interno c’erano dei cristalli dipinti in oro zecchino e delle statuette in vetro soffiato di Murano.
IL mattino seguente andammo in spiaggia assieme agli zii; mio zio Sesto mi fece vedere a far rimbalzare sull’acqua un sasso e mi disse: <prova tu Giordano, scegli un sasso piuttosto piatto e tiralo sulla superficie>, ed io così feci, però invece di tirarlo sull’acqua centrai in testa un bagnante, il quale non sembrava molto contento, naturalmente seguirono le scuse di mia mamma. Ogni volta che andavo in spiaggia ne combinavo sempre una; c’era un Signore tedesco che stava prendendo il sole, aveva un enorme pancione, il suo colorito rosa lo faceva somigliare ad un maialone; non so cosa mi sia venuto in testa, ma tirai fuori il pisello e gli feci la pipì sulla pancia; sua moglie si mise a ridere, lui non era molto contento, andò subito nel lago per lavarsi; mia mamma invece, si mise ad urlare come una matta. Dopo pochi giorni di vacanza, mamma Anna e mia sorella Irene, cominciavano a dare i primi segnali di stanchezza; non riuscivano a tenermi.
Ogni volta che incontravamo sul nostro stesso piano gli inquilini di fronte, li salutavo sempre dicendo: <ciao mus de tupino’ e cul de sommio’>, la Signora aveva un viso molto appuntito con dei baffetti, il marito invece era tutto pelato come il sedere di uno scimpanzé, per fortuna erano stranieri e non capivano, mia mamma mi dava sempre una manata sul sedere, ma era più forte di me: non stavo zitto.
Una volta, in spiaggia due bambini avevano fatto una specie di castello di sabbia ed io che ero dispettoso come nessun altro, glielo calpestai, la loro mamma si infuriò e disse: <Signora, tenga al guinzaglio suo figlio>, < io le chiedo scusa, però mio figlio non è una bestia>, ed io aggiunsi: “facio’ de cul de cavro'”, <cos’hai detto?> e mia mamma : <io non ho sentito niente>, stavolta non mi diede la manata sul didietro.
Davanti al palazzo dove alloggiavamo, c’erano dei bellissimi alberi ed io notai per terra delle grosse pigne, ne presi due, mamma mi disse che bagnandole si sarebbero aperte, così quando salimmo in camera le misi nel bidet, mia mamma lo riempì per metà, poi andò a preparare da mangiare, io le tenevo sott’acqua per farle aprire, ma niente, allora pensai che ci voleva più acqua e aprii tutto il rubinetto, quando l’acqua arrivò in camera da letto, per poco mamma Anna non svenne, quanti secchi ne raccolse con lo straccio.
Un giorno gli zii Oliviero e Sesto, proposero di andare a pranzare al ristorante che c’era dall’altra parte della strada, e cosi facemmo; i titolari erano marito e moglie, avevano una bambina di qualche anno più grande di me che fece subito amicizia con me e mia sorella. Ci fece vedere tutto il ristorante: la dispensa, la cantina, la cucina, il bagno, nella toilette c’era uno spazzolone, io lo presi, lo misi in ammollo nella turca poi andai in sala da pranzo e lo misi in testa ad un commensale, non vi dico la reazione di mia mamma, degli zii, dei presenti; non pranzammo più nel ristorante.
Molte volte nel pomeriggio salivo su dalla Signora Sofia per giocare con Luca (il suo bambino), mi piaceva moltissimo stare con lui, non si arrabbiava mai anche se usavo tutti i suoi giocattoli, andavo matto in modo particolare per una macchinina rossa a pedali, mi sembrava di essere un pilota di formula uno, sfrecciavo a tutta velocità tra la sala, il soggiorno, il salotto; purtroppo andai a centrare in pieno la vetrinetta di fine settecento, migliaia di vetri mi volarono addosso, mi ritrovai dentro con le punte dei vetri che mi toccavano il collo, la Signora Sofia arrivò immediatamente mi disse: <Giordano, ti prego stai fermo, per amor di Dio non ti muovere>, si abbassò su di me, aveva i suoi bellissimi occhi terrorizzati, mi mise una mano sulla fronte per non farmi muovere, intanto con l’altra mano spezzò tutte le punte che mi toccavano il collo; arrivò anche mia mamma che aveva sentito il trambusto; <Signora Anna la prego non urli, non bisogna agitarlo, piano piano tiri indietro la macchinina, io controllo che nessun vetro lo tocchi>, è così mi estrassero dalla vetrina, ero praticamente indenne a parte qualche piccolo taglietto in testa e sulla fronte, la mano sinistra della Signora Sofia invece era piena di sangue, si era tagliata le dita nel rompere i vetri per liberarmi; non voglio scrivere la reazione di mia mamma, dico solo che alla fine scoppiò in lacrime, Sofia cercava di consolarla: <Signora Anna, della vetrinetta non m’importa proprio niente, sono contenta perché Giordano non si è fatto praticamente nulla, mi raccomando non sia troppo dura con lui>.
Dopo due giorni, era domenica, inaspettatamente mio papà ci fece la sorpresa di venirci a trovare, era da 15 giorni che non vedeva la sua famiglia e ne sentiva la mancanza. Arrivò poco prima di mezzogiorno, mia mamma gli disse: <mangiamo tutti assieme e dopo veniamo a casa con te>, <come venite a casa? Ma avete ancora una settimana da stare qua>, <per carità, al solo pensiero di stare qui con Giordano, mi sento male>. Così gli raccontò qualche mia malefatta e gli disse che lei e mia sorella erano sfinite, non riuscivano a controllarmi. “È vero quel che ha detto la mamma?” <A me m’è par mio’>, gli risposi con fare Agelico. Così dopo pranzo mia mamma preparò le valige, salimmo dalla Signora Sofia e da Luca per salutarli; la Signora ci restò molto male: <ma Signora Anna, ha ancora una settimana a disposizione>, <mi scusi tanto ma io e mia figlia siamo distrutte>, <se rimanete, questa settimana non ve la faccio pagare>, ma non ci fu niente da fare, mia mamma aveva preso la sua decisione; Sofia mi prese in braccio e mi diede moltissimi baci, salutai suo figlio Luca, ma lui non riuscì a dire nemmeno una parola, scoppiò in lacrime e non smise più.
“Venite ancora a trovarci e non siate troppo severi con Giordano, ha portato la vita in questa casa;”furono le ultime parole della Signora Sofia; arrivati al piano terra, breve saluto agli zii Oliviero e Sesto, “Giordano sei un uragano non un bambino, comunque questa vacanza di sicuro non ce la scordiamo”. Arrivati al nostro piccolo cascinale ci venne incontro nonno Oddone; <non mi aspettavo tornaste tutti, ma Cristo Santo, sembrate degli scheletri, ma siete andati in vacanza o ad Auschwitz ?>, – <Chiedi a Giordano il perché !>, < Giordano non ne avrai combinato qualcuna delle tue ??>.
Ringrazio mamma Anna e mia sorella Irene che con i loro ricordi mi hanno aiutato a mettere insieme questo racconto, molte volte nell’evocare le scene di quel che ho combinato, si sono messe le mani nei capelli. Fortunatamente, dopo i 6 anni ho cominciato a mettere un po’ di sale in zucca (non molto perché come è noto, il sale fa male). Non abbiamo mai più rivisto la Signora Sofia e il suo bambino Luca, ma porterò sempre nel cuore la loro bontà e dolcezza, persone talmente meravigliose da non sembrare nemmeno di questo mondo.
Giordano

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