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A GIUSTINA

A Giustina, cugina ed amica del cuore, voglio rivolgere un sorriso, una lieve carezza…

Sono tanti i colori dell’infanzia che ti riportano indietro nel tempo, emozionata, di sentire ancora, come fosse oggi, le risa di noi bimbi in cortile che giocavamo chiassosi ed allegri, incuranti del tempo e dello spazio; con le ginocchia sbucciate, i sogni di zucchero filato e i desideri chiusi in un diario segreto, custodito gelosamente.

Il primo ricordo si tinge di rosso.

Penso d’aver avuto poco più di cinque anni… da qualche giorno sentivo confabulare i miei genitori e parlare di paesi lontani, di partenze, di andare…vedevo mia madre triste e preoccupata ma, non riuscivo a comprendere il motivo.

Era un tiepido pomeriggio  di maggio, me ne stavo se stavo seduta sola soletta a riflettere. Sento, il rombo di un’auto che si ferma davanti al nostro cancello; mi giro e vedo scendere un uomo alto dalla carnagione scura e occhi profondi e, poco distante una bambina da lunghi capelli raccolti in un coda che timidamente incrocia il mio sguardo.

Quando li vedo entrare, qualcosa scatta dentro di me, di rosso fuoco diventa il volto, rimango immobile ad attendere la mossa della preda. Come vedo che la bimba tenta di sedersi accanto a me; con un balzo felino afferro la scopa e la rincorro per tutta la strada, inveendo ed esortandola ad andare via….il tutto detto in dialetto napoletano, che  lo rende più colorito e spiritoso!!!

Potrete immaginare la scena… i passanti ci guardavano allibiti…

Fu così che il 20 giugno 1980, caricati su un grosso camion, mobili, vestiti, giochi, piatti, bicchieri, partimmo per Remedello……ero felice quel giorno, una felicità che sapeva di novità e di mondi da scoprire mentre mia sorella piangeva e mia mamma chinava il capo. Mio padre era orgoglioso, mi teneva per mano, quelle mani calde, forti e bruciate dal sole che mi davano forza e sicurezza.

Remedello, che sorpresa!

Il freddo era pungente e la nebbia avvolgeva ogni cosa; la lingua che sentivo era per me incomprensibile, rimanevo seria ad ascoltare invano; c’erano tanta mucche e vitelli che succhiavano  il latte da grosse mammelle pendenti; anche gli odori erano diversi, il profumo del mare si era inasprito….e fu, qui, che rividi la bambina che avevo preso a scopate. Non osò avvicinarsi ma si teneva a distanza per timore di essere picchiata. Arrivò settembre. Con l’arrivo delle prime foschie iniziò anche la scuola, la prima elementare.

Ancora oggi, a distanza di anni, tremo e rido pensando a quel primo fatidico giorno di scuola. Lo passai interamente in piedi, aggrappata alla maniglia della porta, con la cartella in spalle a piangere, con lacrime vere che sgorgavano dal profondo e una disperazione inconsolabile nel cuore.

Non conoscevo nessuno, la loro lingua indecifrabile mi rigettava nell’angoscia…fu lì che Giustina, con la dolcezza dei bimbi mi si avvicinò, pregandomi, nella mia lingua, di sedermi e di non piangere più.

La fissai dritta negli occhi e le dissi che volevo andare a casa.. che avevo paura….

PENSO fu quello l’inizio di una grande amicizia, nata in un modo del tutto particolare ma destinata a durare nel tempo e nello spazio. Mi piacerebbe poter abbracciare in una volta sola, con le braccia lunghe e filiformi, tutti i momenti belli che abbiamo condiviso; di tristezza, di rabbia, di illusioni infrante… di silenzi profondi e di nostalgie, ma anche di delusioni, amarezze, incomprensioni, allontanamenti…viaggi in treno a Brescia a girovagare qua e la…dei panini alla messicana che prendevamo ai baracchini della stazione che ci lasciavano senza fiato tanto erano piccanti….delle ore in libreria a cercare sogni e fantasie……i momenti di studio…..le vacanze estive, nella calura pomeridiana a giocare a pallone…..

Avevo nove anni all’incirca. La maestra ci diede per compito di scrivere un tema su S. Lucia, soffermandosi sulle emozioni provate nello scoprire la vera identità di questa santa tanto temuta ed attesa. 

Scrissi il tema e glielo lessi; ascoltò sino alla fine e mi disse: “Bello!! Ma, come fai a chiuderti in camera tua se non hai la porta?” Risposi che ci voleva un poco di immaginazione!!! Preciso, perché una casa senza porte è più di fantasia che reale.

Quando ci trasferimmo a Remedello,  trovammo alloggio presso un cascinale dove le stanze erano molto grandi e spaziose; era pertanto impossibile sbattere la porta e rinchiudersi in camera ma, visto che il poeta è un finitore, tutto è possibile!!!

Nel corso degli anni ci sono stati alcuni screzi, distacchi, ma sempre siamo riuscite a trovare il modo per riannodare le antiche fila. Quando seppi della malattia di Vittoria, era tanta la tristezza che mi rinchiusi come un riccio. Solo il tempo e l’amore che provo per mia figlia mi hanno portato a voler dare testimonianza del grande dono ricevuto ed affidato dal Signore.

In questo mio voler dare testimonianza, di gettare semi e lasciare che il cuore degli uomini lo accolgano…ho avuto il piacere e la fortuna di risentirmi, come allora, in sintonia con lei, in intimo contatto, di confidenza e di fiducia piena. A scuola organizzarono uno spettacolo di beneficenza da devolvere all’AIR,  per sostenere la  ricerca genetica  sulla sindrome di rett. Per notti non chiusi occhio; dicevo a mio marito, se saremmo stati in grado di porci e stendere la mano, di accettare una carezza o un sorriso…

La sera prima mi chiamò proprio lei, voleva sapere l’ora di inizio…..sentii un groppo alle viscere, qualcosa mi si rivoltò dentro con ferocia cieca….

Ero indecisa se richiamarla, confidarmi e dirle “ Purtroppo Vittoria ha una grave malattia genetica rara, non ho mai avuto il coraggio di dirlo ma è così…”

Scelsi, per vigliaccheria, un messaggio sul cellulare e la sua risposta fu pronta, sincera, di conforto. Grazie. Col tempo, ho capito, che molte volte è più facile confidarsi con estranei che con chi ami, non per mancanza di fiducia ma per la sensazione cocente di dolore e di disperazione che l’altro potrebbe leggere negli occhi dell’anima …… 

LEI, che ti conosce e sa di te, delle elucubrazione che ci ritrovavamo a rincorrere ad occhi chiusi e, che ti ama.

L’amicizia è un dono unico e raro; c’e chi ti promette mari e monti, disponibilità assoluta e, alla prima difficoltà volta le spalle; chi finge per interesse; chi per paura della solitudine. Vorrei dire a Giustina che sono fiera ed orgogliosa di sentirla amica; di poter contare su di lei nei momenti di rabbia, di disperazione e di dolore perché so, con certezza, che il suo animo limpido e cuore generoso sapranno accogliermi e sostenermi.

Milena, la mamma di Vittoria e Celeste

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